Cultura e Società

La dissociazione dell’uomo moderno

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Aprile 18, 2018

   “A volte avevo l’impressione che a goderci la bellezza di New York eravamo davvero in pochi. A parte me, che avevo solo da camminare, e qualche mendicante intento a discutere col vento, tutti gli altri che vedevo mi parevano solo impegnati a sopravvivere, a non farsi schiacciare da qualcosa o da qualcuno” – T.Terzani

Quando abitavo in America la maggior parte degli artisti che incontravo avevano un secondo lavoro che li manteneva, ma con il quale non si identificavano mai. Specialmente in California attori, modelli, cantanti e scrittori vanno a lavorare nei ristoranti o a fare i postini per la FedEx per potersi mantenere mentre perseguono i loro sogni nei fine settimana o nel tempo libero. Anch’io ho fatto parte di quest’allegra carovana di sognatori in bilico tra due mondi. Andavo in giro a suonare nei locali la sera, con la giacca di pelle e il jeans strappato, e mi vestivo da pinguino il giorno dopo quando andavo a servire quelli che si guadagnavano da vivere facendo quello che volevo fare io… e tutte le volte mi chiedevo, “ma cos’è che hanno loro più di me?”. La vera risposta era,“niente”, quella che davo a me stesso “tutto”. Sognavo di fare la rockstar, ma invece di pensare alla musica mi concentravo sull’insormontabilità delle cose. Allora continuavo a portare filet mignon alle star di Hollywood, illudendomi di poter captare in qualche modo il segreto del loro successo, illudendomi di essere uno di loro.

Sentivo spesso parlare in giro dell’aspirazione per il palcoscenico, per la fama, per il tappeto rosso, e tutte le volte era la stessa campana a suonare: è una questione di fortuna, c’è chi ha la tanto agognata “botta di culo”, e chi deve convivere con la dea della sfiga. “Che gran cazzata” pensavo io. Non era la sfiga a tenermi imprigionato in un lavoro che odiavo, ero io stesso. La fortuna non esiste, siamo noi a creare la realtà in cui viviamo. L’aspirante attore che da 30 anni lavora in un ristorante mentre continua a fare provini non è stato sfortunato. Ha semplicemente manifestato una realtà in cui ha profondamente (e inconsapevolmente) creduto. Con le parole dice di voler fare l’attore, ma le sue azioni dicono qualcos’altro: “non sono abbastanza bravo per fare l’attore, ma sono abbastanza bravo per fare il cameriere”. Quando l’uomo ha fede in sé stesso riesce a sfidare l’incertezza, quando non ha fede cerca la certezza. Il destino crudele c’entra ben poco. Esso infatti non ha moralità. Se viviamo in una dimensione separata da quello che desideriamo è probabilmente perché, in fondo, crediamo di meritarcelo.

 

Foto di Edgar Pereira

Mi piace il modo in cui Tiziano Terzani parla della società americana, secondo lui affetta da una “sottile e innocua forma di follia”, dove “nessuno è mai a suo agio nella propria pelle, nessuno è contento di essere chi è, soddisfatto di quel che fa. Mai nessuno è felice di essere dov’è”. La dissociazione, come la chiama lui, è il male del nostro tempo. È quest’idea balorda secondo la quale è giusto e “responsabile” mettere da parte l’amor proprio, la propria curiosità, i propri desideri, per un assegno mensile, per un iPhone, per un divano in pelle, per un televisore HD, per una BMW, per una vacanza al mare; è un recinto di filo spinato che ci separa dalla possibilità di essere pienamente noi stessi; è l’illusione di poter vivere un domani pieno di sorprese mentre lavoriamo per la prevedibilità delle cose. 

Una vita impostata su questa dissociazione diventa una vita estremamente complicata, perché le sue fondamenta poggiano su un falso credo: il credo che il denaro possa regalarci la libertà di perseguire il desiderio. La verità è invece un altra: il denaro vale quanto la carta su cui è stampato se non si ha immaginazione. È grazie all’immaginazione che si trovano soluzioni, grazie all’immaginazione che si “inventa” una vita unica.

 

Foto di Christine Roy

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