Scuola e lavoro

L’arte della pigrizia strategica

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Settembre 14, 2018

“Il tempo impiegato ad essere completamente, gloriosamente, orgogliosamente improduttivi alla fine vi renderà migliori nel vostro lavoro” M. Guttridge

Quando studiavo in America mi sono completamente immerso nella cultura del lavorare sodo per avere successo. Per spronare noi poveri studenti affamati di gloria, i professori ci dicevano sempre che il tempo era denaro, che dovevamo usarlo in modo produttivo, che dovevamo seguire l’esempio di chi era passato tra quegli stessi banchi e aveva poi fatto fortuna a Los Angeles o New York. Per avere anche noi la villa a Bel Air e il riconoscimento internazionale ci dicevano che bisognava fare una cosa sola: lavorare, lavorare, lavorare.

Sposando appieno la mentalità competitiva degli States, arrivai così a credere che il mondo fosse davvero diviso in vincenti e perdenti e che se sapevi lavorare duro eri un vincente mentre se eri pigro eri un perdente. Lungi dal voler essere un perdente, continuavo a tenere il conto delle ore giornaliere che passavo ad esercitarmi nella convinzione che il mio investimento di tempo avrebbe automaticamente portato risultati in futuro. D’altronde, ha senso pensare che basta arrivare ad un certo numero di ore di pratica per ottenere la padronanza assoluta in qualcosa, no?

Non proprio.

Se gli esseri umani fossero delle macchine il ragionamento avrebbe perfettamente senso: più ore una macchina passa a fare un determinato lavoro e più lavoro verrà svolto, in quanto l’output di produzione svolto nelle prime ore sarà identico all’output di produzione delle ore successive.

Per noi esseri umani il discorso è diverso, perché non è tanto la quantità di tempo che passiamo a fare un determinato lavoro a garantire il risultato ma la qualità, ovvero il livello di attenzione e di intenzione che mettiamo in quello che facciamo.

Coloro che eccellono in un determinato ambito sono in grado di mantenere ferma la loro attenzione su un’unica o pochissime attività. Queste persone riescono a massimizzare l’output produttivo delle ore lavorative perché hanno un intento definito e degli obiettivi chiari. La chiarezza permette loro di scegliere su cosa non-concentrarsi in modo tale da evitare di profondere energie in attività irrilevanti.

Altri invece seguono una logica completamente diversa, la logica del fare tutto e di più, forse temendo che se una cosa non va si possa ripiegare su un’altra, o forse perché pensano che fare di più voglia dire avere più risultati. Questo approccio può essere ritrovato in quelle aziende che diversificano i loro prodotti invece di concentrarsi su pochi, nei liberi professionisti che dicono di sì a ogni richiesta da parte dei clienti, negli impiegati che svolgono tante mansioni senza riuscire a dedicarsi a nessuna in particolare.

Secondo alcune ricerche, una probabile conseguenza del voler fare troppo è spesso una peggior performance e un più alto livello di stress. Passato un certo numero di ore, infatti, la mente umana inizia a produrre minori risultati, un principio conosciuto come “la legge dei rendimenti decrescenti”, secondo cui più ore lavoriamo e meno produttiva diventa ogni ora di lavoro consecutivo.

Oltre ad un calo di rendimento, lavorare troppo porta spesso ad avere meno tempo per il riposo e altre attività di svago che sono essenziali alla ricarica delle funzioni cognitive della mente.

Il mantra “il tempo è denaro” ha fatto sì che le nostre ore venissero mercificate e ci ha fatto credere che più si lavora e più si crea valore. Ma quello che quest’idea non tiene in considerazione è, oltre alla stessa definizione di valore, l’insieme di benefici psicologici e fisici che possono derivare dal tempo in cui non si lavora.

In altre parole, il giusto equilibrio tra lavoro e tempo libero è essenziale per una performance ottimale, visto che lavorare meno non vuol dire necessariamente essere meno produttivi, soprattutto se si lavora meglio. È noto, ad esempio, che personaggi del calibro di Charles Dickens, Gabriel Garcia Marquez e Charles Darwin avevano delle giornate lavorative di 4/5 ore, e che diverse aziende hanno già adottato la formula della giornata lavorativa di 6 ore senza notare cali di produttività.

Lavorare meno permette quindi di massimizzare l’output produttivo delle ore di lavoro e, allo stesso tempo, consente di dedicare maggior tempo a tutte quelle attività di svago che in sé non creano profitto ma che, indirettamente, aiutano a stare meglio e a essere più efficaci.

La pigrizia è, dunque, e per certi versi, utile al lavoro tanto quanto il lavoro stesso… ma deve essere strategica, ovvero deve essere utilizzata a supporto della produttività, non sostituirla.

In termini pratici, ciò si traduce in tutte quelle attività che possono essere definite come “productivity-boosting”, cioè che incrementano la produttività lavorativa in quanto:

– permettono al cervello di scaricare la tensione e di riacquistare lucidità,

– aumentano il morale e il benessere fisico e psicologico,

– danno più energia da dedicare al lavoro e, di conseguenza,

– aumentano l’output produttivo delle singole ore di lavoro (per esempio, da 10 unità per ora di lavoro a 12 unità).

Per concludere, si potrebbero elencare diverse strategie di pigrizia produttiva ma, per semplificare, eccone solo 5:

  1. Lavorare meno e dormire di più (inclusi pisolini pomeridiani)
  2. Lavorare meno e meditare
  3. Lavorare meno e passare più tempo in famiglia
  4. Lavorare meno e fare più pause
  5. Lavorare meno e fare più esercizio fisico

Ciascuna di queste attività porta i suoi benefici, aiuta a dare più valore al lavoro e ci ricorda che si può essere gloriosamente improduttivi nella vita senza temere di stare sprecando del tempo prezioso.

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