Consapevolezza

Il supermercato della felicità

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ottobre 8, 2018

Se le nostre voglie e i nostri desideri sono incontrollati, prima o poi scopriremo di volere qualcosa che non possiamo avere – Dalai Lama

In passato volevo comprare sempre, comprare tutto. Mi bastava entrare in un supermercato per comprare il dentifricio che mi ritrovavo alla cassa con il carrello pieno di cose che non sapevo di desiderare. Passavo dal Duty Free dell’aeroporto e i desideri mi venivano a prendere con le loro luci e i loro pacchi colorati: “desidero un cuscino per il collo, una barra di torrone al cioccolato, un paio di cuffie antirumore”.

Ho comprato i miei desideri tutte le volte che ho potuto e anche quando sapevo di non potere. Li ho mangiati e adesso me li ritrovo nella pancia, me li porto dietro come promemoria, mi ricordano che hanno quasi sempre vinto loro, che non sono quasi mai stato capace di dire “no”.

Ogni giorno inseguivo i miei piccoli grandi desideri e ogni giorno sentivo la soddisfazione che svaniva poco dopo averli esauditi. Avevo fame di… pizza, hamburger, dolci, patate fritte, formaggio fuso. Avevo fame di vincere, di uscire, di arrivare, di finire, di fumare, di gustare, di bere, di essere felice. 

Avevo sempre fame, di qualcosa di buono, di luccicante, di nuovo… e avevo voglia, voglia di scartare il pacco di Amazon, di sentire l’odore dell’imballaggio, odore di plastica dura, sentirla liscia tra le dita. Voglia di tecnologia, di cellulari nuovi, di iPad, di orologi, di vestiti, di acconciature alla moda, di strumenti musicali, di scarpe, di pagine mai aperte che sanno di libro fresco.

Non capivo fino a dove fosse normale desiderare, o se lo fosse del tutto. Sapevo solo che i miei desideri erano la bussola che dirigeva le mie azioni, il carburante che teneva viva la motivazione ad alzarmi al mattino per lavorare, per avere.

Li inseguivo, li tenevo appesi a un filo come gli aquiloni, li tenevo stretti quando c’era vento, e sognavo. Poi quando li prendevo capivo che, come gli aquiloni, non davano molta soddisfazione quando li avevo, ma erano solo belli da guardare da terra, belli solo se stavano in cielo, belli solo da sperare, da attendere. 

E così li rincorrevo senza mai veramente afferrarli, senza mai esaudire la loro promessa. “Ti renderemo felice” mi dicevano sempre. All’inizio ci credevo. Adesso un po’ meno. 

Per alcuni la vita scorre passando da un acquisto all’altro come se fossero in un lungo corridoio di un supermercato della felicità, dove si compra per mangiare, per stare al sicuro, per apparire, per sentirsi connessi, per sentirsi cool, per sentirsi più completi, per sentirsi più contenti. 

Così si aggiornano i desideri e i bisogni per far fronte alle nuove offerte di smartphone che fanno cose che i modelli di prima non potevano fare, macchine che ci portano alle feste e ci aiutano a parcheggiare, televisori al plasma che si possono guardare da dietro, che ti possono regalare sensazioni semi-reali di esperienze che si potrebbero fare solo se non si passasse il tempo a guardarle.

Ma servono sul serio le cose compriamo?

A volte sì, a volte no.

A volte capita che ti finisce la schiuma da barba e ti rendi conto che puoi raderti anche col sapone. Non ci sono più sigarette e, sorpresa, sopravvivi anche se non fumi. La macchina non c’è e arrivi dove devi arrivare a piedi. Non si può andare in vacanza a Ibiza ma ci si diverte anche in campeggio. Non si può comprare il divano e ci si siede a terra sui cuscini. Non c’è la TV e ci si abitua a parlare. Non c’è lo smartphone e si impara a fare a meno di Facebook.

A volte si riesce a essere appagati in una stanza vuota, si trova la contentezza dentro, in un libro, nell’affetto delle persone che si amano, nel tempo trascorso insieme o in solitudine, nel tempo trascorso in natura.

Per fortuna non tutto quello che ci rende felici si può comprare… per fortuna ciò che rende la vita interessante non si trova negli scaffali di un supermercato.

Tempo fa vivevo in una grande casa con piscina e tutti i comfort. Avevo il bagno in camera e una cucina di ultima generazione.

Ben

Poi conobbi Ben. Era venuto a Los Angeles dal Vermont per fare il musicista. Dormiva nella sua macchina per risparmiare i soldi dell’affitto e, sì, pur senza la piscina e il mega divano in pelle riusciva a sopravvivere, contento. Possibile?

Poco tempo dopo averlo incontrato mi trasferii con lui in uno studio di registrazione dove, per i primi mesi, dormivo per terra.

Avevo pochissimi comfort, non c’era doccia, e neanche la cucina. Eppure ero felice. Avevo il mal di schiena ma ero circondato di amici, avevo più tempo da dedicare alle cose che amavo, più denaro da spendere in esperienze invece che in bollette, da investire nelle mie passioni invece che buttarli via in affitto.

Adesso non dormo più per terra, ma grazie a quell’esperienza ho imparato ad apprezzare tutte le comodità che sono riuscito a guadagnarmi negli anni, a non darle per scontate e, al tempo stesso, a non considerarle indispensabili. 

In quei mesi ho capito che le persone riescono a darti molta più felicità delle cose, e che fare quello che ti piace riesce a farti stare meglio con te stesso, molto meglio di quanto un TV al plasma, una piscina o una macchina nuova potranno mai fare.

Potrei comunque volerle queste cose un giorno, ma non saranno mai il mio obiettivo, non saranno mai il motivo per fare quello che faccio, non saranno mai la fonte della mia autostima.

Si può impiegare il tempo a studiare e lavorare per avere prima di tutto, o si può impiegarlo per imparare ad essere prima di tutto.

Dopo aver già provato la prima opzione, non c’è alcun dubbio in cuor mio che, una volta soddisfatti i bisogni primari, l’unica via per dare significato, gioia e senso all’esistenza sia la seconda. 

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