Consapevolezza

Perché vivere all’estero aiuta a scoprire chi sei

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ottobre 23, 2018

Fu soltanto immergendomi in un territorio non familiare che sono riuscita ad avere un senso più chiaro di chi ero e di cosa era importante per me. O. Mecking

C’è un vecchio detto siciliano che dice “fatti a fama e va curcati”, ovvero fatti una reputazione e vai a dormire, ovvero fatti una reputazione e non provare nemmeno a cambiarla perché ti rimarrà incollata per sempre.

Nella cultura Siciliana del secolo scorso la reputazione era essenziale per mantenere rapporti sociali. Soprattutto nei centri più piccoli la fama personale e quella della famiglia serviva a capire di chi fidarsi, con chi stringere legami di amicizia, amore o lavoro.

Oggi non è più così, anche se qualcosa è rimasto, e non soltanto in Sicilia.

Ovunque tu viva, infatti, ti relazionerai con persone che avranno una determinata idea di te, a prescindere dal fatto che possa essere un’idea maturata da esperienza diretta o indiretta, veritiera o meno, attuale o relativa al tuo passato.

Quest’idea, a sua volta, influenzerà il modo in cui tu stesso/a ti vedi, e andrà ad avere un impatto sulla tua consapevolezza.

La prima volta in cui mi resi conto che l’idea che la gente aveva di me influenzava la percezione di me stesso fu quando andai a vivere negli Stati Uniti.

Lì tutte le convinzioni e abitudini che avevano orientato la mia esistenza fino a quel punto smisero di avere valore.

Non importava niente a nessuno se sceglievo di fare un lavoro piuttosto che un altro, se mi sedevo a mangiare da solo in un ristorante, se mi sdraiavo su panchina, se andavo o non andavo in chiesa la domenica, se ero grasso o magro, se non mi vestivo bene il sabato sera o se facevo meditazione al parco.

D’altro canto, c’era più attenzione a cose che nella mia cultura erano relative come l’essere puntuali o l’evitare di parlare di politica con gli sconosciuti. Le relazioni erano più superficiali a volte, si teneva parecchio alle formalità e si dava importanza al merito e all’originalità, più di quanto fossi abituato a vedere.

Tutto ciò mi costrinse a mettere in discussione i miei riferimenti culturali, mi permise di scegliere chi essere tra infinite opzioni disponibili, senza preoccuparmi di quello che avrebbero pensato i miei amici o la mia famiglia, senza preoccuparmi di quello che avrebbe pensato le gente del luogo.

In sostanza, in un posto dove non ci sono aspettative su di te ti puoi reinventare, puoi provare diversi “ruoli”, vedere quale ti calza meglio, quale ti fa sentire più spontaneo.

Puoi decidere di fare uno sport che non avresti mai pensato di provare, o di rasarti a zero i capelli. Puoi saltare il pranzo della domenica o evitare di festeggiare la Pasqua. Puoi portare il cane a passeggio in vestaglia.

Si possono fare le stesse cose anche rimanendo nella città in cui si è cresciuti ovviamente, ma qui, probabilmente, ci sarà una pressione maggiore a rimanere coerenti con i valori e costumi della propria comunità, con l’idea che gli altri hanno di noi,  con le concezioni condivise di cosa è possibile o impossibile, normale o anormale.

Quando la scelta tra come comportarsi e cosa fare del proprio tempo è completamente libera da influenze esterne si acquista consapevolezza di sé, si scopre chi si è veramente.

Per farti capire meglio cosa voglio dire prendiamo un caso ipotetico all’estremità opposta. 

Immaginiamo che un ragazzo avesse scelto di rimanere per sempre a casa con i propri genitori e di non emanciparsi. Il ruolo che lui avrebbe all’interno di quel ristretto contesto sociale sarebbe principalmente quello di figlio. Lui non avrebbe la possibilità di confrontarsi con il ruolo di impiegato, di imprenditore, di professionista, di marito, o di padre.

I suoi interessi e i suoi hobby potrebbero essere influenzati da genitori e amici, da quello che pensano di lui, da quello che sperano per lui, dal modo in cui lo vedono.

Se la sua famiglia fosse molto cattolica potrebbe essere più difficile per lui esplorare altre religioni. Se fossero tradizionalisti e conservatori potrebbe non venirgli naturale esplorare la sua sessualità o conoscere persone di culture diverse.

Se i suoi amici fossero appassionati di calcio potrebbe essere più difficile per lui avvicinarsi alla pallavolo. Se tutti lo credessero una persona riservata e timida potrebbe essere più difficile per lui fare qualcosa di intraprendente e coraggioso. Se fosse abituato a seguire gli altri potrebbe non credere possibile che possa mai diventare un leader.

Potrebbe anche non voler fare a prescindere esperienze del genere, ma finché segue esclusivamente il modo di vivere che ha appreso dalla famiglia e dalla società non potrà mai sapere come ci si sente a essere qualcosa di diverso, e per questo non potrà mai scegliere liberamente.

Non sto dicendo che per trovare la propria strada bisogna necessariamente andarsene. Sto solo dicendo che, per alcuni, distaccarsi da casa per un po’ può aiutare a farlo. E la scienza lo conferma.

Uno studio condotto da Hajo Adam, un ricercatore della Rice University in Texas, ha scoperto che le persone che vivono all’estero hanno una maggiore chiarezza del loro “Self-Concept” ovvero il concetto di sé.

In particolare, Adam sostiene che vivendo all’estero si viene sradicati dai valori della cultura di appartenenza e si è costretti a rivalutarli, potenzialmente a sceglierne dei propri.

Grazie a questa esperienza si matura, si diventa più creativi, ci si libera dalle aspettative altrui e dalle proprie, si impara a rispettare e riconoscere la propria natura.

La scelta di distaccarsi dal luogo in cui si è cresciuti, anche se solo per un periodo, potrebbe allora regalare tanto, potrebbe rendere più completi. Certo, allontanerebbe da chi si ama, ma avvicinerebbe di più a chi si è.

E non c’è limite di età o scadenza per farlo, c’è sempre la possibilità di partire, come c’è sempre la possibilità di tornare, come c’è sempre, e in ogni luogo, la possibilità di scoprire, di scoprirsi.

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