Cultura e Società

L’impatto psicologico dei selfie

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novembre 5, 2018

Ricordo ancora la prima volta che ne feci uno. Alzai il telefono ad altezza del volto e attivai la telecamera interna. L’imbarazzo fu evidente quando mi rispecchiai sullo schermo del mio iPhone.

Come si fa a fare un selfie? Pensai. Cosa faccio con gli occhi, con la bocca? Sorrido? Faccio il serio? Cosa voglio mostrare di me? Cosa voglio mostrare del luogo in cui mi trovo? 

Era appena 4 anni fa, e la stessa parola, “selfie”, iniziava a far parte del linguaggio comune, essendo l’atto di farsi dei selfie qualcosa che andava sempre più prendendo piede.  

Uno dei selfie più condivisi della storia -3 Marzo 2014. 86esima edizione della notte degli Oscar.

Un po’ come quando ripenso al tempo in cui non c’erano i cellulari, quando ripenso al tempo in cui non esistevano i selfie mi chiedo come mai prima non c’era questa necessità, e noto più facilmente il modo in cui hanno cambiato me e la gente che mi sta intorno. 

La prima cosa evidente è che il selfie ha creato una sorta di interfaccia tra noi e il mondo. Se prima non ci si poneva il problema di come gli altri ci avrebbero visto in un determinato contesto adesso quel pensiero diventa estremamente attuale, e anche pratico. 

Ci permette di scegliere la posa migliore o il filtro migliore, ci permette di rendere quello che facciamo più “glamour”, meno banale, ci permette di scegliere chi essere, o per lo meno in apparenza.

Proprio perché sono ormai diventati parte integrante della nostra quotidianità, raramente ci fermiamo a pensare al motivo per cui abbiamo l’esigenza di condividere la nostra vita… e la nostra immagine.

In altre parole, penso sia importante discutere dell’impatto psicologico che i nostri selfie, e i selfie degli altri, hanno su di noi. 

Partiamo dai selfie che facciamo noi. 

Secondo una famoso modello di comunicazione chiamato matrice di Johari, esistono 4 parti del sé: 

Il sé pubblico, rappresentato da quello che noi sappiamo di noi e che sanno gli altri. 

Il sé privato, quello che noi sappiamo di noi ma che no volgiamo far vedere agli altri. 

Il sé cieco, che è tutto quello di cui non siamo consapevoli ma che è evidente agli altri.

Il sé sconosciuto, che è la parte di noi non espressa, inaccessibile sia a noi che agli altri. 

Matrice di Johari

Le persone che si fanno e che pubblicano molti selfie (condizione che superati certi limiti può essere considerata come un disturbo psicologico chiamato “selfite”) prestano molta attenzione al sé pubblico, ovvero alla parte di loro che vogliono mostrare al mondo.

Si vedono principalmente dall’esterno, e il loro senso di valore deriva principalmente dalla reazione degli altri, il loro obiettivo diventa il “mi piace”, la loro motivazione principale attirare l’attenzione, divertire e compiacere i propri follower. 

Quando si arriva a casi estremi la persona arriva ad essere completamente dis-allineata con sé stessa. Perde ogni tipo di facoltà di introspezione e anche la capacità di vedere sé stesso/a senza l’interposizione di uno schermo.

Un esempio del genere fu quello di Essena O’Neill, una fashion blogger australiana che a soli 18 anni è riuscita a raccogliere qualcosa come mezzo milione di follower su Instagram in soli tre anni. 

Nonostante la sua notorietà le permettesse di guadagnare più di mille euro a post, alla vigilia dei suoi 19 anni Essena entra in crisi e inizia a mettere in discussione tutto. 

In post come questo lei spiega che i selfie non sono la realtà. Per ottenere una tale qualità ha dovuto fare più di 50 scatti e poi modificare la foto per molto tempo su diverse applicazioni di foto editing.

Eccoci dunque all’impatto che i selfie degli altri possono avere su di noi.

Per cominciare, non sempre la felicità e la spontaneità mostrate in alcuni selfie corrispondono al vero.

Senza la sincerità della didascalia nella foto sopra, quello che noi vedremmo sarebbe solamente una bella ragazza sorridente. Potremmo trarre delle conclusioni su di lei guardandola (è bella, famosa, ricca, divertente, ecc…), e forse trarremmo anche delle conclusioni su noi stessi (sono meno bella, meno famosa, meno ricca, ecc…).

Ma quante volte riusciamo a vedere oltre quello che sembra? Quante volte ci chiediamo cosa c’è dietro quello scatto? Quante volte ci rendiamo conto dell‘inconsistenza di una foto nell’esprimere la totalità dell’animo umano?

Nel post A SINISTRA: “Non è vita reale“. Non ho pagato per questo vestito, ho fatto tantissime foto per tentare di apparire sexy per Instagram. La formalità mi ha fatto sentire estremamente sola…”                                                                                   Nel post A DESTRA: “Non c’è nulla di figo nel passare tutto il tuo tempo a editare foto di te stessa per provare al mondo che sei abbastanza. Non lasciare che siano i numeri a definire chi sei. Non permettere a nessuno di dirti che non sei abbastanza senza trucco, gli ultimi trend, più di 100 mi piace su una foto, o un corpo da spiaggia… Quando la smetti di paragonarti agli altri inizi a vedere la tua scintilla e la tua individualità.

La completa scissione tra ciò che era e ciò che mostrava al pubblico alla fine spinse Essena a lanciare l’hashtag #socialmediaisnotreal (i social media non sono reali) per spiegare come non bisogna lasciarsi ingannare dalla bellezza costruita di alcune foto che vediamo sui social.

Quello che lei vuol fare è parlare alle nuove generazioni, far capire, soprattutto agli adolescenti che sono ancora nella fase di scoperta di sé stessi, che l’approvazione altrui vale a ben poco se non si ha coscienza della propria identità.

Se per arrivare ad essere un influencer bisogna porre molta attenzione al sé pubblico, è solo comprendendo sé stessi che si può essere felici, solo ponendo maggior attenzione al sé sconosciuto. 

Come dice Essena, abbiamo sviluppato una concezione molto limitata di felicità e di valore personale, una concezione che è legata al numero di follower e di like, una concezione che tiene poco conto del nostro valore innato.

E spesso ci dimentichiamo (e questo lo dico a te ma anche a me stesso) che ci si può divertire anche senza postare, che si può apprezzare la bellezza di un paesaggio anche senza uno smartphone in mano, che si può vivere un bel momento anche senza raccontarlo.

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