Cultura e Società

Razzisti non si nasce, ma si diventa… in 5 stadi

on
Febbraio 20, 2019

Nessuno è nato odiando qualcun altro per il colore della pelle, o il suo ambiente sociale, o la sua religione. Le persone odiano perché hanno imparato a odiare, e se possono imparare a odiare possono anche imparare ad amare, perché l’amore arriva in modo più naturale nel cuore umano che il suo opposto. N.Mandela

Io e Giuliana eravamo appena saliti sul treno per Palermo quando davanti a noi si sedettero due ragazzi di colore.

Passa il controllore e, con tono molto cordiale, ci chiede il biglietto.

Poi si rivolge a loro, ma stavolta il tono è molto più sgarbato, come se desse per scontato che i due non avessero i soldi per pagare. 

Comprensibilmente uno dei ragazzi, seccato dall’atteggiamento, esce fuori una banconota da 50 euro e la dà al controllore senza guardarlo in faccia. 

Al che quello inizia a infastidirsi, anche perché non ha il  resto da dargli, e continua a rivolgersi a loro con fare superbo. È evidente che vuole averci a che fare il meno possibile. 

Lo stesso ragazzo che ha dato la banconota esce delle monete dal portafoglio e le mostra al controllore sul palmo aperto della mano. 

Comincia così un diverbio sull’esatto ammontare del resto da dare. 

A un certo punto il controllore si volta verso di noi dicendo a voce alta che “loro” sono tutti maleducati.

Nel frattempo si avvicinano anche due poliziotti che, con tono minaccioso, intimano ai due ragazzi di non creare problemi. Come se, anche qui, fosse scontato che se problemi ci devono essere devono sempre essere “loro” a crearli. 

Alla fine i due ragazzi pagano il loro biglietto e tutti ritornano alle loro vite. 

Sentendomi quasi in colpa e in imbarazzo per quello che è accaduto ho voluto scusarmi e chiedere ai due ragazzi da dove venissero. 

Hanno risposto che venivano dalla Nigeria. Entrambi lavoravano, uno dei due studiava anche. Non sembravano molto toccati dall’accaduto, non quanto noi almeno. 

Ci hanno detto che una volta l’anno tornano in Nigeria, che la situazione lì è difficile, che parlano tre lingue.

Mi sono chiesto quante lingue parlassero il controllore e i due poliziotti. 

Dopodiché ho iniziato a interrogarmi sul motivo di tanta diffidenza. 

È ovvio che ci siano delle ragioni più o meno valide per pensare male di qualcuno senza conoscerlo. È ovvio che il controllore avrà avuto brutte esperienze. 

Ma in fondo non capita a tutti di avere brutte esperienze con persone di ogni razza e religione?

Io personalmente mi ritengo abbastanza fortunato, in tutti i viaggi che ho fatto in giro per il mondo non ho mai avuto nessun problema. Eccetto a Palermo dove, diversi anni fa, sono stato derubato per strada, non da due immigrati, ma da due.. palermitani.

Nonostante l’esperienza continuo a pensare che Palermo sia una città stupenda, e non sarà certo un evento del genere a convincermi che i siciliani siano dei ladri.

Allo stesso modo, se un fruttivendolo italiano ti frega non arrivi a pensare che tutti i fruttivendoli sono delle merde, no?

Perché invece con gli immigrati è così semplice, e per alcuni automatico, fare di tutta l’erba un fascio?

Perché alcune persone tendono all’odio o all’ostilità nei confronti di persone dal colore della pelle diverso dal loro?

La risposta che ho trovato si basa su una teoria psicologica, secondo la quale il razzismo non è una caratteristica genetica di un essere umano ma qualcosa che un bambino impara imitando gli atteggiamenti dei genitori e del contesto sociale in cui si vive. 

A loro volta, i genitori o gli adulti di un determinato contesto sociale diventano razzisti perché, in molti casi, hanno bisogno di un meccanismo di difesa psicologico contro l’insicurezza e l’ansia. 

Il loro percorso mentale verso il razzismo si sviluppa e raggiunge il suo apice in 5 stadi, o fattori psicologici.

Primo stadio: l’identificazione con un gruppo di appartenenza

Sentire l’esigenza appartenere non è anormale, anzi, fa parte della condizione umana voler far parte di qualcosa di più grande di noi, che sia questa una squadra di calcio, un’associazione, una classe sociale, un partito politico, una fede religiosa o una nazione.

Il problema sorge quando l’individuo non ha abbastanza sicurezza in sé stesso, perché magari non ha mai scoperto i propri valori o le proprie potenzialità, e tende così a identificarsi interamente con il gruppo per sentirsi più al sicuro, integrato e definito.

Secondo stadio: l’emergere dell’ostilità verso gruppi diversi

Se l’individuo insicuro di sé passa al secondo stadio, inizia a provare ostilità verso gruppi diversi dal suo. Ad un certo livello questo può accadere quando, per esempio, i tifosi di una squadra entrano in conflitto con i tifosi di una squadra rivale durante una partita.

Nel caso del razzismo, la stessa cosa si può manifestare con l’identificazione di un nemico comune, un fattore che porta le persone a legare maggiormente tra di loro e ad consolidare maggiormente la loro contrapposizione ideologica.

Terzo stadio: la perdita di empatia

Nel terzo stadio la persona è talmente identificata con il suo gruppo di appartenenza (che sia il suo partito, la sua razza o la sua nazione) che non riesce a provare empatia per chiunque non ne faccia parte.

In questa fase, l’evoluzione dell’atteggiamento razzista è già progredita abbastanza da poter essere considerata come un disturbo psicologico e antisociale. 

Quarto stadio: l’emergere del pregiudizio

Il quarto stadio è caratterizzato dall’emergere del pregiudizio, ovvero dall’omologazione e generalizzazione di chiunque non condivida i valori del gruppo di appartenenza.

Questo atteggiamento comporta la mancanza di interesse nell’altro, e porta a vedere l’altro non come una persona ma come un essere privo di umanità o identità personale. 

In questa fase, per alcune persone, la violenza o la discriminazione sono giustificate, appunto, dalla percepita mancanza di umanità dei soggetti interessati.

Quinto stadio: proiezione

Più che uno stadio finale questo è un fattore psicologico che accomuna molte persone con tendenze razziste o xenofobe. Si tratta del meccanismo della proiezione.

Ciò vuol dire che l’individuo può essere (seppur inconsapevolmente) talmente in conflitto con sé stesso da proiettare le sue imperfezioni e debolezze sugli altri.

E lo farebbe, anche qui, per difendersi, per evitare l’autocritica e la responsabilità personale. 

Per dirla senza troppi giri di parole, secondo questa teoria il razzismo e la xenofobia sarebbero dei chiari sintomi di una scarsa salute mentale, e denoterebbero mancanza di integrazione sociale e autostima. 

Persone con un normale senso di identità, d’altronde, non sentono il bisogno di identificarsi in relazione a, o in conflitto con, gli altri.

Le persone che hanno un chiaro senso di identità accettano le identità e le diversità altrui perché non si sentono minacciate da nessuno, e anche per questo sono più mature e felici.

D’altro canto, il razzista tende spesso a essere infelice visto che si trova in conflitto perenne con una parte del mondo.

In conclusione, imparare l’integrazione è importante non solo perché è la cosa più umana da fare, ma anche perché è la cosa più conveniente, per la salute, il benessere mentale e l’economia.

Pensa infatti a come città del calibro di New York, Londra, Parigi o Berlino hanno beneficiato e continuano a beneficiare dalla diversità culturale dei loro abitanti.

La verità che raccontano, e che dimostrano, è che la diversità ha, ed è, un valore, un valore che rende tutti più ricchi, tutti più umani.

 

Ispirato da: The psychology of racism

Per approfondire la tematica del razzismo leggi anche La facilità di diventare antieroi nell’era del ritorno al razzismo

TAGS
RELATED POSTS

LEAVE A COMMENT

Ti piace questo Blog? Aiutaci a farlo conoscere :)