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Il curioso caso di Cammarata, il paese matriosca

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Marzo 17, 2019

Il motivo per cui il mondo manca di unità è perché l’uomo è disunito con sé stesso. R.W.Emerson

C’era una volta un paese, anzi, erano due.

Perché se guardi bene Cammarata dall’alto, ti rendi conto che è come una matriosca, che all’interno del suo territorio c’è un altro paese più piccolo, di nome San Giovanni Gemini.

Anzi no, non puoi rendertene conto.

Perché San Giovanni Gemini e Cammarata sono, di fatto, una entità omogenea, un’unica cittadina che, grazie alle meraviglie dell’ingegneria burocratico-amministrativa e della cultura dei suoi abitanti, da secoli vive una doppia identità.

Due comuni, due diverse gestioni dei servizi pubblici, due modi diversi di presentarsi, di appartenere allo stesso luogo.

Denominazioni a parte, non esiste differenza nella conformazione del territorio, non esiste muro, fossato, catena montuosa o fiume che marchi nettamente il passaggio da una comunità all’altra. E non esiste neanche alcuna differenza genetica, religiosa o fisica tra la gente che vi ci abita.

Semplicemente, ti basta attraversare una strada o, in alcuni casi, affacciarti alla finestra, per respirare l’aria dell’altro paese.

Il rapporto, adesso pacifico, tra gli abitanti delle due comunità (di cui faccio parte) è curioso, in quanto offre l’opportunità di osservare da vicino il potere dell’immaginazione umana, cioè il modo in cui i limiti posti dalla mente possano diventare talmente reali da sembrare insormontabili.  

Basta che qualcuno ci dica che un pezzo di terra si chiami X che automaticamente riusciamo a convincerci che quel pezzo di terra produca esseri umani dagli ingranaggi mentali diversi rispetto ai nostri, che abitiamo in Y.

Basta che qualcuno ci dica che quelli lì credono in Z, che automaticamente diventano diversamente umani rispetto a noi che crediamo in S.

In altre parole, abbiamo spesso la propensione a definire noi stessi non tanto in positivo, concentrandoci su quello che siamo, ma in negativo, concentrandoci su quello che non-siamo.

Così facendo chiunque incarni una qualità che non abbiamo funge da contro-figura, una sorta di specchio al contrario che ci mostra solo fattezze che non abbiamo.

Sono juventino perché diverso dal milanista, italiano perché diverso dall’inglese, leghista perché diverso dal grillino… cammaratese perché diverso dal sangiovannese.

È un continuo io non sono te tu non sei me noi non siamo voi voi non siete noi e via dicendo.

È un continuo essere e non essere. Ed è questo il problema.

Pensare a come l’altro sia diverso da noi ci impedisce di vedere la nostra stessa immagine riflessa in lui.

Ci rende meno propensi a collaborare con chi ha una diversa appartenenza, ci toglie la motivazione di  trovare obiettivi comuni,  di fonderci, unire le forze per il beneficio di entrambi.

Da che mondo è mondo l’uomo è sempre riuscito a evolvere perché si è unito ad altri uomini.

Eppure, nei nostri tempi questa essenziale strategia di sopravvivenza inizia a perdere terreno a causa dell’inclinazione alla separazione (ideologica, culturale, politica).

I social media, pur avendo benedetto le nostre vite con la loro discesa sulla terra, ci hanno connesso in un modo e profondamente disconnesso in un altro in quanto, dandoci una finestra sulle vite delle persone, ci hanno permesso di scoprire quanto siano diverse da noi.

E invece di usare questa diversità per costruire un confronto, la si usa per costruire uno scontro, soprattutto online dove è ormai normale contrapporsi agli altri, ostinarsi a difendere, cascasse il mondo, le proprie opinioni e a la propria identità… come se le opinioni e l’identità fossero qualcosa che ci dia da mangiare, che ci abbracci la sera, che ci tenga al sicuro.

La domanda mi sorge allora spontanea… e se qualcuno fosse disposto a rinunciare anche solo a un pezzetto della propria identità, cosa succederebbe?

Cosa succederebbe di così grave se qualcuno dicesse, sai che c’è? Ho votato per questo partito ma credo che non mi rappresenti più. Oppure sai che c’è? Mi piace questo politico ma ammetto che quell’altro ha ragione. Oppure sai che c’è? Sono di questo paese ma in fondo sono anche di quest’altro.

Il mondo è come una torta, più differenze trovi tra te e il resto della popolazione e più piccola diventa.

E se ti fissi sul fatto che gli altri hanno il pelo di un altro colore, o mangiano cose diverse, o votano cose diverse, o abitano in un paese diverso, finirai per vivere in un pezzetto di torta talmente piccolo che non ti basterà minimamente a saziare la tua fame.

L’analogia col cibo non è a caso.

Il confronto con le persone, letteralmente, ci fa crescere, ci nutre. Più diverse sono le persone della nostra cerchia di conoscenze e più opportunità ci sono di sfruttare al massimo il nostro vero potenziale.

Perché così come non c’è evoluzione rimanendo sempre a casa, non ci si espande mantenendo i confini e non ci si espande (mentalmente) interagendo solamente con chi la pensa come noi, con chi ci dà sempre ragione, con chi ha la nostra stessa identità, la nostra stessa appartenenza.

 

Ecco il punto centrale del discorso.

L’unione tra due entità differenti ma uguali, come San Giovanni Gemini e Cammarata, è un valore da perseguire, a prescindere dalle modalità, dalla fattibilità, dalle incertezze. 

Da questo valore scaturisce più crescita, abbondanza e sicurezza, sia per il singolo che per le comunità.

Quindi, quando la scelta è tra cooperare e competere, coopera.

Quando la scelta è tra difendere le tue opinioni e ascoltare il punto di vista altrui, ascolta.

Quando la scelta è tra unire e dividere, unisci.

Il primo a trarre vantaggio da questa apertura al mondo esterno non sarà il mondo esterno, ma sarai tu.

Il senso di identità e l’attaccamento a quello che ti rende diverso dagli altri non ti potrà mai dare quello che l’unione con gli altri ti può dare.

Il tuo senso di identità è solo un illusione.

Esattamente com’è un illusione il concetto di comune, di regione, di stato. Com’è un illusione la divisione tra Cammarata e San Giovanni Gemini… è solo un costrutto immaginario, creato dalla mente dell’uomo, ma senza corrispettivo in natura.

Un confine, alla fin fine, è solamente un muro fatto d’aria e di pensieri che ci divide dai vicini, da persone che, se non fosse per la nostra testardaggine a conservare la nostra identità, potrebbero farne parte, far parte di “noi”.

E non c’è motivo di continuare a pensare che ci sia una “nostra natura” e una “loro natura”, perché se è vero che il mondo finirà un giorno, se è vero che tutti dobbiamo scomparire prima o poi, è meglio vivere quel che ci rimane in compagnia che morire da soli con nient’altro che la nostra tanto ricercata ma anche tanto inutile unicità.

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