Consapevolezza Crescita Personale

Perché pensi di aver ragione anche quando hai torto

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Aprile 23, 2019

Un uomo non dovrebbe mai vergognarsi di confessare di avere torto. Che poi è come dire, in altre parole, che oggi è più saggio di quanto non fosse ieri.

J.Swift

Nell’era in cui non si possono più risolvere le dispute a colpi di pistola, avere torto o ragione diventa quasi una questione di vita o di morte. Metaforicamente parlando ovviamente.

Avere, o pensare di avere, ragione, dà un senso di stabilità, di forza, fa sentire al sicuro e a posto con sé stessi. Avere torto, di contro, è un po’ come perdere, come dimostrare agli altri di essere deboli, imperfetti.

Per questo facciamo di tutto per dimostrare che le nostre ragioni siano le più valide, per questo spesso avere ragione conta molto di più che essere dalla parte della verità.

Mai come in questo periodo storico ho visto così tante persone difendere a spada tratta opinioni che sono facilmente smentite dalla logica, dalla scienza, dal buon senso o dai fatti.

E a volte ho l’impressione che si preferiscano bugie confortanti e semplici da accettare a verità che comporterebbero uno sforzo, un cambiamento.

Paradossalmente, proprio nell’era in cui l’informazione è universalmente accessibile, c’è ancora chi ignora secoli di scienza per tornare a credere che la terra sia piatta, che esista una supremazia razziale, che i vaccini non servano o che l’Universo sia in realtà stato creato da Dio.

Ognuno è libero di credere in ciò che vuole ovviamente, ma come si fa quando convinzioni fondate su falsi presupposti hanno un impatto negativo sulla vita individuale o collettiva?

Pensa a chi è convinto che il riscaldamento globale non sia provocato dall’uomo per esempio, e a prescindere da quello che credi, pensa alle conseguenze che questo credo potrebbe avere su tutti se si rivelasse completamente infondato.

Teoricamente, tutte le volte in cui si deve decidere da quale parte stare si dovrebbe valutare attentamente l’attendibilità delle prove e delle fonti, nonché il contesto storico, i benefici e gli svantaggi.

Nella pratica ci sono istanze in cui non si fa niente di tutto questo, istanze in cui non ci si rende conto che gli svantaggi delle proprie convinzioni sono, nel breve o lungo termine, superiori rispetto ai benefici.

Questa svista è ampiamente conosciuta nell’ambito della psicologia, e viene chiamata “ragionamento motivato”, cioè la difesa (più emotiva che razionale) di una convinzione che avviene selezionando i fatti che confermano le proprie opinioni e screditando quelli che le smentiscono.

Per chi ragiona in questo modo la priorità non è la verità, ma perseguire quello che ritiene giusto e accettabile, a discapito di tutto, persino delle conseguenze negative su sé stessi o sugli altri.

Un esempio storico eclatante di questo meccanismo fu l’imprigionamento di Alfred Dreyfus, un ufficiale dell’esercito francese, di origine ebrea, che nel 1894 fu ingiustamente accusato di aver venduto informazioni segrete ai tedeschi.

In quel caso, nonostante nulla di concreto fosse emerso dalle indagini, si arrivò a una condanna e a uno scandalo nazionale. Gli (antisemiti) investigatori dell’esercito ignorarono diverse prove che discolpavano Dreyfus e ci vollero 10 anni prima che qualcuno riuscì a provare la sua innocenza.

Se è vero che al mondo ci sono centinaia se non migliaia di diverse interpretazioni della realtà, e che non tutte possono essere vere, qualcuno di noi dovrà pur aver più torto in qualcosa, ma chi?

Quando è stata l’ultima volta che hai sentito un politico ammettere di aver fatto un errore? Che hai visto un razzista riconoscere il valore dell’accoglienza? O un magistrato ammettere pubblicamente di aver accusato la persona sbagliata?

Ci saranno sicuramente casi in cui ciò accade, ma nella vita di tutti i giorni, e potrei anche sbagliarmi, riconsiderare le proprie posizioni e fare un atto di mea culpa non è la regola ma l’eccezione.

Come ne usciamo allora?

Dove sta il punto di incontro? Come facciamo a comunicare con chi è già convinto del suo e non vuole sentir ragioni?

La mia soluzione è una semplice domanda da fare a sé stessie se fossi io ad avere torto?

Nel tempo ho imparato che c’è pressappoco la stessa probabilità che sia io a sbagliare in qualcosa rispetto a qualcun altro, che sia io a non considerare informazioni che mi contraddicono.

In aggiunta basta ricordarsi che ognuno di noi ha spesso un buon motivo per scegliere di credere in qualcosa e che c’è del giusto anche in quella che sembra la più stupida delle opinioni.

Ciò non vuol dire che bisogna passare dall’avere sempre ragione all’avere sempre torto. Ma che avere torto ogni tanto è liberatorio, rende più umili, aiuta a consolidare i rapporti e a rendersi più aperti e disponibili agli occhi degli altri.

Il ragionamento motivato non è altro che una disfunzione delle mente che non ha imparato a riconoscere in modo autonomo ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, della mente che non è cresciuta, che non è forte abbastanza da ammettere le proprie fallacie.

Interrogarsi sulla bontà delle proprie opinioni non è dunque un segno di debolezza, ma di forza e saggezza. Ignorare le ragioni di chi la pensa diversamente da noi è il vero segno di fragilità, e, a prescindere dalle apparenze, puoi stare sicuro che più un persona è arrogante e inamovibile e più e fragile dentro.

Quindi, tutte le volte in cui sei impelagato in uno scontro di opinioni, prima di provare ad atterrare il tuo avversario con argomentazioni ben elaborate chiediti, e se non fosse come la penso? E se avessi torto?

Può dare un po’ di fastidio farlo all’inizio, ma ti assicuro che scoprire di avere torto di tanto in tanto aiuta a espandere le prospettive, a imparare, a diventare persone più mature, esseri umani migliori.

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