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Il vero significato del rancore: la storia dei due monaci

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Luglio 16, 2019

La storia dei due monaci e della nobildonna illustra, con la semplicità tipica della filosofia Zen, il vero significato del rancore e ci spiega perché è importante eliminarlo dalle nostre vite.

Due monaci in viaggio verso il tempio passarono da un villaggio dove c’era una giovane nobildonna in attesa di scendere dalla sua portantina.

Le pesanti piogge avevano lasciato grandi pozzanghere e la donna non poteva raggiungere a piedi la sua abitazione senza rovinare la sua preziosa veste di seta. 

Quando i monaci la videro, lei stava in piedi sul suo trono portatile e rimproverava i suoi servitori che, dovendo tenere la portantina e altri pacchi, non potevano aiutarla ad attraversare la pozzanghera.

Uno dei due monaci, quello più giovane, continuò per la sua strada.

L’altro, quello più anziano, prontamente la prese, la caricò sulla sua schiena e la trasportò fino alla fine della pozzanghera dove lei scese e si voltò senza ringraziarlo.

Qualche tempo dopo aver ripreso il cammino il monaco più giovane, che era stato silenzioso nel frattempo, finalmente parlò:

“Quella donna è stata egoista e scortese, ma tu l’hai presa lo stesso sulla tua schiena e portata sull’asciutto! E lei non ti ha neanche ringraziato!” 

“Ho messo giù quella donna diverse ore fa”, rispose il monaco più anziano, “perché la stai ancora portando con te?”. 

Cosa significa portare rancore

Quella di serbare rancore è una brutta abitudine che molti di noi hanno e che può manifestarsi in diverse forme come:

  • Rimuginare su una situazione o un torto subito;
  • Serbare sentimenti di odio o rabbia nei confronti di qualcuno;
  • Ripensare continuamente a un’ingiustizia;
  • Augurare segretamente del male. 

In questi casi si potrebbe pensare che il nostro stato d’animo possa avere uno scopo, ma la cruda verità è una sola: pensare male della gente equivale a ingerire un fungo velenoso con la pretesa di uccidere qualcun altro. 

Il rancore in pratica

In passato avevo l’abitudine di portarmi tutto dietro.

Avevo una sorta di taccuino mentale dove annotavo tutte le cose storte, le parole offensive, le azioni ingiuste. 

  • Marco non mi ha chiamato per il compleanno;
  • Il professore non mi ha dato il voto che meritavo;
  • Giuliana non ha risposto al mio messaggio;
  • Il mio capo ha dato la promozione alla mia collega invece che a me. 

E poi: quello è un ipocrita, un idiota perché che ha fatto… che ha detto… e poi l’ho visto che… 

Il mio taccuino delle cose storte potrebbe essere molto lungo.

Se mi impegno un po’ potrei riempire pagine e pagine di gesta sconsiderate, di attenzioni mancate, di parole sbagliate.

Ma non voglio farlo, così come non voglio prendere dell’immondizia e provare a trasformarla in qualcosa di buono e nutriente da mangiare.

E l’immagine non è solo metaforica.

Tutto quello che ci fa stare male e che ci incupisce è vera e propria immondizia emotiva.

Qual’è la chiave per liberarsi del rancore

Ho sprecato anni interi a tenere stretti pensieri come quelli che ho scritto sopra.

Erano pensieri che si ripetevano di continuo nella mente, che acquisivano priorità davanti a tutto e tutti, che si trasformavano in parole amare tutte le volte che ce n’era la possibilità, che mi rovinavano il sonno, che rendevano il cielo grigio anche quando c’era il sole. 

Una frase che ho sentito una volta mi ha aiutato a sconfiggere questa abitudine del portare rancore:

“Niente di quello che la gente fa è per te, tutto quello che la gente fa è per sé stessa” 

In quel momento ho capito qual era la chiave per liberarsi del rancore.

Tenere a mente che dietro ciò che ci delude non c’è per forza un intento malvagio ma, più probabilmente, un’aspettativa mal posta.

Se il giovane monaco non si fosse aspettato che la nobildonna avesse mostrato gentilezza e gratitudine non si sarebbe sentito amareggiato.

Se io non mi aspettassi che la gente fosse sempre considerevole e attenta non mi arrabbierei tutte le volte che vedo sconsideratezza e indifferenza. 

In altre parole, spesso siamo noi stessi a porre aspettative giuste in persone sbagliate, creando così i presupposti per essere delusi.

Sarebbe invece, e a dir poco, rivoluzionario se fossimo in grado di lasciar andare le aspettative insoddisfatte, o di non averne completamente, proprio come ha fatto il vecchio monaco.

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Facciamo un atto di preservazione personale se evitiamo di prendere sul serio – e sul personale – quello che fanno e che dicono le persone, impariamo a creare una corazza a difesa della nostra felicità, una fortezza di cemento che impedisce alle debolezze altrui di diventare le nostre. 

L’incapacità di amare, di prestare attenzione, o di dire “grazie”, non è una colpa. 

Il bambino che non sa ancora camminare non ha colpa. 

Allora quando il tuo partner – o chiunque altro – delude le tue aspettative, o quando una donna non ti ringrazia dopo averla aiutata, non arrabbiarti, non incupirti, non portare rancore dentro.

Pensa che non ne sono capaci, ricordati che quello che fanno, e che non fanno, non ha niente a che vedere con te.

Ricorda sempre che c’è un motivo preciso per cui la gente si comporta come si comporta. 

E se non puoi scoprirlo puoi sempre provare a immaginarlo.

Per esempio, se ti trovi in mezzo al traffico e qualcuno ti taglia la strada pensa che magari quella persona avrà avuto un’emergenza.

Pensa che potrebbe esserci una donna incinta nel sedile posteriore di quella macchina e che il guidatore ti ha tagliato la strada perché stava provando ad arrivare all’ospedale il più in fretta possibile.

Adesso fa lo stesso con chi ti ha fatto del male, immagina una situazione passata che abbia portato quella persona a diventare così, e vedi se riesci a provare dell’empatia.

È un semplice trucco mentale questo che ti può salvare da ore o giorni, settimane, mesi di rancori inutili e distruttivi.

È un trucco che ti può ridare la serenità di continuare il tuo cammino in tutta leggerezza, senza pesi, senza zavorre.

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