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Psicologia

Selfie: significato e impatto psicologico

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Ottobre 5, 2019

Il selfie è l’autoritratto dei tempi moderni, il cui significato potrebbe andare ben oltre una semplice foto di sé stessi, specialmente quando diventa un modo per vedersi attraverso gli occhi degli altri, per costruire un’identità apparente diversa da quella reale.

Perché è importante sottolineare sin da subito che, essendo anche un modo per riflettere, mostrare e potenzialmente migliorare la propria immagine, nessuno è completamente vulnerabile all’attrattiva di un selfie.

Ricordo ancora la prima volta che ne feci uno: alzai il telefono ad altezza del volto e, attivando la telecamera interna, provai un forte imbarazzo nel rispecchiarmi sullo schermo del mio iPhone.

Come si fa a fare un selfie? Pensai.

Cosa faccio con gli occhi, con la bocca? Sorrido? Faccio il serio? Cosa voglio mostrare di me? Cosa voglio mostrare del luogo in cui mi trovo? 

Origine e significato nascosto dei selfie

Era appena 5 anni fa, e la stessa parola “selfie” iniziava a far parte del linguaggio comune.

Grazie alle nuove tecnologie in fatto di telefoni cellulari farsi degli autoscatti diventava sempre più semplice e, seguendo l’esempio di diverse celebrità, i selfie si sono ampiamente diffusi tra la gente comune che li ha usati per raccontare la propria vita sui social e fuori dai social.

E sarà stata una una causa, con-causa o semplice conseguenza, fatto sta che con l’avvento dei selfie è aumentato anche il tasso di narcisismo.

Un po’ come quando ripenso al tempo in cui non c’erano i cellulari, quando ripenso al tempo in cui non esistevano i selfie mi chiedo come mai prima non c’era questa necessità, eravamo forse meno narcisisti o trovavamo altri modi per sfogare la nostra vanità?

La prima cosa evidente è che il selfie ha creato una sorta di interfaccia tra noi e il mondo.

Se prima non ci si poneva il problema di come gli altri ci avrebbero visto in un determinato contesto adesso quel pensiero diventa estremamente attuale, e anche pratico. 

Ci permette di scegliere la posa migliore o il filtro migliore, ci permette di rendere quello che facciamo più “glamour”, meno banale, ci permette di scegliere chi essere, o per lo meno in apparenza.

Proprio perché sono ormai diventati parte integrante della nostra quotidianità, raramente ci fermiamo a pensare al motivo per cui abbiamo l’esigenza di condividere la nostra vita… e la nostra immagine.

In altre parole, c’è un significato nascosto dietro l’ossessione che alcuni hanno con i selfie, forse una paura profonda di non piacere e non piacersi, alimentata dall’impossibile ambizione di risultare perfetti agli occhi del mondo.

L’impatto psicologico dei selfie

Considerato dunque che sono ampiamente legati alla nostra percezione di noi stessi, credo sia sia importante discutere dell’impatto psicologico che i nostri selfie, e i selfie degli altri, possono avere. 

I selfie che facciamo  – immagine publica e realtà privata

Nel suo libro Selfie. Narcisismo e Identità Giuseppe Riva spiega come i selfie che facciamo diano delle indicazioni preziose per comprendere meglio il rapporto che abbiamo con la nostra immagine e il modo in cui interagiamo con il nostro Io.

In altri termini, si potrebbe dire che la frequenza con cui facciamo i selfie è indicativa del livello di consapevolezza che abbiamo.

E per cercare di rappresentare graficamente l’interazione tra Io e Me, Riva cita un famoso modello di comunicazione chiamato matrice di Johari, secondo cui esistono 4 parti del sé: 

  1. Il sé pubblico, rappresentato da quello che noi sappiamo di noi e che sanno gli altri. 
  2. Il sé privato, quello che noi sappiamo di noi ma che no volgiamo far vedere agli altri. 
  3. Il sé cieco, che è tutto quello di cui non siamo consapevoli ma che è evidente agli altri.
  4. Il sé sconosciuto, che è la parte di noi non espressa, inaccessibile sia a noi che agli altri. 
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Le persone che si fanno e che pubblicano molti selfie (condizione che superati certi limiti può essere considerata come un disturbo psicologico chiamato “selfite”) prestano molta attenzione al sé pubblico, ovvero alla parte di loro che vogliono mostrare al mondo.

Si vedono principalmente dall’esterno, e il loro senso di valore deriva principalmente dalla reazione degli altri, il loro obiettivo diventa il “mi piace”, la loro motivazione principale attirare l’attenzione, divertire e compiacere i propri follower

Quando si arriva a casi estremi la persona arriva ad essere completamente dis-allineata con sé stessa: perde ogni tipo di facoltà di introspezione e anche la capacità di vedere sé stesso/a senza l’interposizione di uno schermo.

Un esempio del genere fu quello di Essena O’Neill, una fashion blogger australiana che a soli 18 anni è riuscita a raccogliere qualcosa come mezzo milione di follower su Instagram in soli tre anni. 

Nonostante la sua notorietà le permettesse di guadagnare più di mille euro a post, alla vigilia dei suoi 19 anni Essena entrò in crisi e iniziò a mettere in discussione tutto. 

Con una serie di post diventati virali lei spiegò che

i selfie non sono la realtà, ma piuttosto una versione edulcorata di quello che vorremmo essere ma che non siamo, una grande omissione di tutto ciò che ci rende imperfetti e quindi normali.

Prendi questa foto, per esempio, Essena stessa ammette che per ottenere una tale qualità ha dovuto fare più di 50 scatti e poi modificare la foto per molto tempo su diverse applicazioni di foto editing.

E lo ha fatto per un solo motivo, ottenere la tua approvazione.

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I selfie degli altri – le apparenze ingannano

Eccoci dunque all’impatto che i selfie degli altri possono avere su di noi.

Per cominciare, non sempre la felicità e la spontaneità mostrate in alcuni selfie corrispondono al vero.

Senza la sincerità della didascalia nella foto sopra, quello che noi vedremmo sarebbe solamente una bella ragazza sorridente.

Potremmo trarre delle conclusioni su di lei guardandola (è bella, famosa, ricca, divertente, ecc…), e forse trarremmo anche delle conclusioni su noi stessi (sono meno bella, meno famosa, meno ricca, ecc…).

Ma quante volte riusciamo a vedere oltre quello che sembra?

Quante volte ci chiediamo cosa c’è dietro quello scatto? Quante volte ci rendiamo conto dell‘inconsistenza di una foto nell’esprimere la totalità dell’animo umano?

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Prendiamo altre due foto pubblicate da Essena.

Nel post A SINISTRA lei dice: Non è vita reale“. Non ho pagato per questo vestito, ho fatto tantissime foto per tentare di apparire sexy per Instagram. La formalità mi ha fatto sentire estremamente sola…”        

Nel post A DESTRA: “Non c’è nulla di figo nel passare tutto il tuo tempo a editare foto di te stessa per provare al mondo che sei abbastanza. Non lasciare che siano i numeri a definire chi sei. Non permettere a nessuno di dirti che non sei abbastanza senza trucco, gli ultimi trend, più di 100 mi piace su una foto, o un corpo da spiaggia… Quando la smetti di paragonarti agli altri inizi a vedere la tua scintilla e la tua individualità“.

Il vero significato dei selfie e l’effetto dei social

La completa scissione tra ciò che era e ciò che mostrava al pubblico alla fine ha spinto Essena a lanciare l’hashtag #socialmediaisnotreal (i social media non sono reali) per spiegare come non bisogna lasciarsi ingannare dalla bellezza costruita delle foto che vediamo sui social.

Quello che lei vuol fare è far capire, soprattutto agli adolescenti che sono ancora nella fase di scoperta di sé stessi, che l’approvazione altrui vale a ben poco se non si ha coscienza della propria identità.

Se per arrivare ad essere un influencer bisogna porre molta attenzione al sé pubblico, è solo comprendendo sé stessi che si può essere felici, solo ponendo maggior attenzione al sé sconosciuto. 

Come dice Essena, abbiamo sviluppato una concezione molto limitata di felicità e di valore personale, una concezione che è legata al numero di follower e di like, una concezione che tiene poco conto del nostro valore innato.

E spesso ci dimentichiamo che ci si può divertire anche senza postare, che si può apprezzare la bellezza di un paesaggio anche senza uno smartphone in mano, che si può vivere un bel momento anche senza raccontarlo.

Il numero di selfie che facciamo e che postiamo rappresenta la cartina di tornasole che mostra il nostro livello di presenza e partecipazione alla vita reale.

Più se ne fanno e più vuol dire che si è disconnessi dalla parte più vera di sé.

Più ci si ossessiona con i like e con i follower e più si è potenzialmente insicuri dentro.

Ed è questo il vero significato dei selfie, e la vera storia che c’è dietro l’uso eccessivo dei social media, il sintomo di un narcisismo che vuole nascondere e compensare l’ansia di essere imperfetti, di essere inadatti a ricevere amore per quello che si é dietro il filtro di una foto.

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