Come smettere di sentirsi soli e diversi dagli altri

sentirsi soli. Foto di donna sola nella sua camera da letto
Condividi

È facile, forse persino molto comune, sentirsi soli di questi tempi.

La pandemia rappresenta un rischio per la salute e un danno per l’economia, lo sappiamo.

Quello di cui si parla meno è il danno psicologico che subiscono coloro che sono soli, perché già lo erano o perché lo sono diventati a causa delle limitazioni anti contagio.

Provo parecchia empatia nei loro confronti, soprattutto perché, per motivi diversi dal Covid, so cosa vuol dire sentirsi soli e isolati dal mondo.

Cosa vuol dire sentirsi soli

Non è stato certo il Corona virus a creare la solitudine.

Vivevamo, viviamo, in un mondo in cui la solitudine dilagava già nelle nostre città affliggendo milioni di persone.

Il virus ha soltanto peggiorato la situazione.

Ha amplificato un sentimento, quello del sentirsi soli, che è diventato quasi inevitabile per molti di noi.

Quando accade, ci si sente molto tristi, frustrati e sconnessi.

Si soffre la mancata corrispondenza tra le connessioni che abbiamo e quelle che vorremmo avere.

A volte fa male allo stomaco. Altre rimbomba la testa.

Ci si sente soppressi dal silenzio e dal vuoto delle stanze. E si prova rabbia, tanta rabbia.

Una rabbia esasperata dal grande limite alla libertà umana: l’incapacità di influenzare il volere degli altri, di convincerli ad amarci in modo incondizionato ed essere lì per noi.

Leggi anche: Imparare a provare gratitudine è l’antidoto all’infelicità

Reazioni istintive al sentirsi soli

La mancata soddisfazione del bisogno di affetto e compagnia porta le persone a voler fuggire dalla realtà, a nascondersi dentro gli schermi dei cellulari, dei computer e delle TV intelligenti.

Durante l’immersione nel mondo dei film o delle bacheche social, ci dimentichiamo per un attimo di dove ci troviamo.

Ci immedesimiamo in ciò che vediamo arrivando a credere che sia reale (grazie ai cosiddetti neuroni specchio), ma non ci rendiamo conto che non può mai essere reale quanto un abbraccio o una conversazione con una persona in carne e ossa.

Altre reazioni di evasione per sentirsi meno soli possono essere:

  • dormire molto;
  • giocare ai video games;
  • bere tanto;
  • fumare tanto;
  • attaccarsi morbosamente a qualcuno (fare stalking online).

Tutti sono dei palliativi che possono farci dimenticare della realtà ma non possono aiutarci a viverla più a fondo.

Il bisogno di connessione

Fatta eccezione per il bere tanto e i video giochi, ho forse avuto tutte le reazioni menzionate quando mi sono sentito solo in passato.

Ho avuto periodi in cui non riuscivo, o volevo, alzarmi dal letto; periodi in cui guardavo Netflix per 12 ore al giorno e periodi in cui, ahimè, mi attaccavo all’idea di qualcuno e vivevo nella mia testa degli amori irreali e non corrisposti.

Non mi vergogno ad ammetterlo.

Perché, col senno di poi, ho capito che il mio era un bisogno molto comune a noi esseri umani, un bisogno che, dopo il cibo e un tetto sulla testa, è forse il più essenziale alla sopravvivenza su questo pianeta.

Sto parlando del bisogno di connessione.

Siamo fatti per stare con gli altri

Non esiste persona che possa crescere e imparare a vivere da sola.

Non si può imparare una lingua, capire come stare al mondo, o persino capire se stessi, senza l’aiuto altrui.

L’essere umano è quell’animale il cui primo atto da appena nato è cercare il contatto con il seno materno.

A differenza di altre specie, non saremmo in grado di sopravvivere i primi anni della nostra vita se non ci fossero i genitori a prendersi cura di noi.

Siamo la specie sociale per eccellenza.

Siamo la specie che si è evoluta solo ed esclusivamente grazie alla collaborazione e alla condivisione (di sapere, di risorse, di cibo, di visioni).

Vivere e stare insieme, per noi, sono la stessa cosa. E trovare una qualche forma di stare insieme dà un senso alla nostra vita.

Anche quando non ci si crede o si è convinti di non aver bisogno di nessuno per essere felici, lo si fa perché spesso ci si è sentiti traditi in passato e non si vuole rischiare di soffrire di nuovo.

Questo per dire che nessuno in questo mondo può vivere e rimanere sano di mente senza instaurare dei legami con gli altri.

È una premessa questa, che va accettata, che ci piaccia o no:

Se ci sentiamo soli è perché l’aver bisogno degli altri è nel nostro DNA.

Non c’è nulla di male. Non è da sfigati voler essere compresi, avere amici con cui parlare, o partner con cui fare l’amore, anzi.

È naturale come respirare.

Prima ammettiamo che la solitudine è il sentimento più comune del mondo, prima potremo fare il primo passo verso il sentirci meno soli.


copertina libro sul sentirsi soli dal titolo: "la solitudine dei numeri primi" di Paolo Giordano

Lettura consigliata: La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano

Ordina su Amazon

3 tipi di solitudine

Uno studio condotto da alcuni ricercatori australiani ha individuato 3 tipi di solitudine durante centinaia di interviste fatte a studenti fuori sede:

  1. Il primo tipo di solitudine è quella geografica (personal loneliness) che affligge coloro che sono lontani dai loro cari. In questo caso ci si sente soli semplicemente perché lontani: in teoria non ci sono altri fattori psicologici a impedire di connettere con gli altri ma solo una distanza fisica.
  2. Abbiamo poi la solitudine sociale che accade quando viene a mancare il proprio contesto sociale. Qui non si sente solo la mancanza della famiglia ma di una rete più ampia di contatti e persone di cui potersi fidare.
  3. Infine c’è la solitudine culturale, comune soprattutto fra coloro che lasciano il loro paese per studiare o lavorare all’estero. È caratterizzata da una perdita di riferimenti culturali come interessi e modi di vivere condivisi.

4. La paura degli altri

Oltre alle tre tipologie di solitudine c’è poi una quarta categoria di solitudine, quella che accade quando il sentirsi soli è la conseguenza di uno stato mentale di chiusura, paura e ansia sociale.

Il motivo di questa paura può essere una profonda insicurezza e senso di vulnerabilità, in quanto cercare gli altri esporrebbe alla possibilità di essere rifiutati.

Per evitarlo alcune persone preferiscono tenere al minimo le interazioni con l’esterno e anche quando instaurano dei contatti non riescono a ottenere il tipo di relazione soddisfacente che vorrebbero.

Leggi anche: Test della personalità online, scopri il tuo livello di estroversione e stabilità

Il ruolo dei pensieri nel sentirsi soli

Avevo già parlato in un altro articolo di quali sono dei metodi concreti per superare la solitudine.

Più che ripeterli, vorrei qui spostare l’attenzione su un altro aspetto del sentirsi soli, quello del sentire.

Sentire è un’attività interna, una reazione del nostro cervello a determinati input.

Per spiegarmi, se vedo un cane feroce correre verso di me la mia reazione emotiva immediata sarà la paura – una risposta giustificata a un input concreto.

Se invece vengo lasciato dal mio partner la reazione che avrò sarà più complessa e, molto probabilmente, sarà in parte giustificata e in parte costruita.

Giustificata perché la tristezza e il senso di perdita sono normali dopo una separazione; costruita perché dopo che ci si lascia si tende a distorcere la realtà immaginando una vita di solitudine.

I nostri pensieri creano qui uno stimolo immaginario (l’idea di una vita da soli) che può causare una reazione reale come la sofferenza o la disperazione.

Se smettiamo di credere che l’eventualità di una vita da soli sia concreta, eviteremo di stare male inutilmente.

Riacquistare il controllo

Per acquisire maggiore controllo sui pensieri del genere serve guardarsi dentro per conoscere meglio se stessi.

Più ci si conosce, infatti, e maggiore sarà la resilienza quando ci si sentirà schiacciati dalla solitudine.

Ricordi quando ho detto che il più grande limite umano è l’impossibilità di influenzare le azioni altrui?

Beh, la più grande risorsa a nostra disposizione è invece la capacità di modificare le reazioni a quello che ci accade.

In altre parole, i nostri pensieri sono l’unica cosa su cui abbiamo il controllo, tutto il resto è al di fuori.

Cambiando quello su cui abbiamo controllo potremo influenzare anche l’esterno, ma il contrario accadrà molto più di rado.

Cioè, sarà molto più improbabile che, pur rimanendo convinti di meritare la solitudine, saranno gli altri a convincerci del contrario.

Più probabile sarà l’eventualità che, imparando a credere di valere, convinceremo gli altri a pensare lo stesso.

O che, convincendoci di meritare amore vero, attireremo a noi persone disposte a darcelo.


copertina libro: la solitudine: capirla e gestirla per non sentirsi soli

Lettura consigliata: La solitudine: capirla e gestirla per non sentirsi soli di Giorgio Nardone

Ordina su Amazon

Un esercizio pratico per smettere di sentirsi soli e iniziare a sentirsi connessi

Per dimostrare come si possa riprendere il controllo sul proprio mondo interiore voglio proporti un semplice esercizio di auto-riflessione.

Step 1: parenti e amici

Inizia a pensare alle persone che frequenti quotidianamente nel tuo contesto di vita privata. Possono essere parenti, conviventi o amici stretti.

Con chi di loro senti di avere una connessione vera? Da chi di loro ti senti realmente capito?

Step 2: conoscenti

Passiamo a un cerchio più ampio adesso. Pensa alle persone che vedi spesso ma non conosci bene, tipo colleghi o conoscenti superficiali.

Cosa pensi farebbero se sapessero che ti senti solo? E come reagiresti tu se sapessi che stanno soffrendo?

Step 3: sconosciuti

Pensa adesso a quando ti trovi all’esterno e sei circondato da sconosciuti.

Che sensazioni ti provocano? Come vedi la gente in metropolitana o per strada?

Step 3: celebrità

Adesso passiamo alle persone che non conosci e che non vedi in presenza.

Si può trattare di un’artista che segui, una celebrità o uno scrittore.

Riesci a rivederti in quello che fanno? Nelle parole delle loro canzoni o dei loro libri?

Step 4: città, nazione, mondo

Allarghiamo la nostra visuale e consideriamo tutte le persone che vivono nella nostra città, poi nella nostra nazione e poi nel mondo intero.

Cosa provi per loro? Che tipo di idee ti sei fatto sugli altri esseri umani?

Step 5: valutazione

Questa riflessione ha due benefici.

Da un lato ti potrebbe far ricordare delle persone che ti sono vicine e delle connessioni che stai trascurando.

Dall’altro ti porta a osservare i sentimenti che mantieni nei confronti degli altri.

Se, infatti, le emozioni che le persone ti suscitano sono per lo più negative può darsi che la tua solitudine sia riconducibile a un’infanzia in cui non ti sei sentito abbastanza considerato.

Forse hai avuto dei genitori assenti e hai imparato che i tuoi bisogni non valgono abbastanza e che gli altri hanno sempre qualcosa di più importante da fare.

Anche se non fosse esattamente questo il caso, ci sono buone probabilità che una visione per lo più negativa delle persone abbia più a che fare con te che con loro.

Valuta attentamente i motivi delle tue reazioni agli altri e chiediti sempre se puoi cambiarle.

Per esempio, se vedi gli sconosciuti come persone indifferenti immaginali mentre si prendono cura di qualcuno.

Se provi rancore nei confronti di un capo severo immaginalo in una situazione di fragilità emotiva, tipo dopo aver scoperto di aver perso un genitore.

Vedrai che il risultato sarà un abbassamento del senso di estraneità e un maggior senso di vicinanza.


Lettura consigliata: Il bambino che sei stato, un metodo per la conoscenza di sé di W. Hugh Missilidine

Ordina su Amazon

Step 6: connessione

Imparando a rivederci nella condizione umana delle persone entriamo in simpatia con loro.

Un termine questo che non vuol dire “stare simpatici” ma, letteralmente, “soffrire con”.

Simpatizzare con chiunque anche e solo nella propria testa ci insegna una verità molto preziosa.

È possibile sentirsi meno soli pur essendo soli.

Si può essere anche soli in una stanza e sentirsi rincuorati dall’idea che altre persone, conosciute o sconosciute, stiano provando le stesse cose che stiamo provando noi in questo momento.

Il gancio di questa connessione è l’empatia, il riconoscersi nella vita degli altri, il credere che le nostre afflizioni siano anche le loro, e che loro siano anche le nostre.

Dopotutto siamo tutti vulnerabili alla solitudine, alle malattie, all’insicurezza.

Desideriamo tutti essere amati e amare, proteggere noi stessi e i nostri cari.

Non siamo soli in questo, siamo tutti in un’unica grande barca.

Quando entriamo in connessione con questa verità sviluppiamo uno stato mentale di apertura al mondo che, a sua volta, ci permetterà di mostrarci più aperti, disponibili e positivi.

Non c’è nessun segreto o attività che io ti possa consigliare per sentirti meno solo.

Questa consapevolezza, questo coltivare l’amore fraterno nei confronti delle persone è il vero segreto.

Ti consiglio dunque di farlo, di provare a trovare una connessione con le persone, prima ancora che fuori dentro di te, nella tua mente e nel tuo cuore.

Facendolo, ti sentirai meno solo e avrai voglia di portare questa connessione interiore anche all’esterno.

Ti verrà spontaneo cercare il confronto con le persone e condividere le tue idee. Vorrai parlare e ascoltare.

Non importa come lo farai, fatto sta che una volta trovato il senso di appartenenza e di uguaglianza l’isolamento non farà più tanto male, e la solitudine diventerà un sentimento molto più gestibile.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.